Notule
(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)
NOTE
E NOTIZIE - Anno XXIII – 31 gennaio 2026.
Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org
della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia”
(BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi
rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente
lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di
pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei
soci componenti lo staff dei
recensori della Commissione Scientifica
della Società.
[Tipologia del
testo: BREVI INFORMAZIONI]
Piezo1 è il sensore meccanico che lega
l’esercizio fisico alla salute delle ossa. È conoscenza
comune l’elenco dei benefici prodotti dalle attività ginnico-sportive, ma siamo
solo agli inizi della conoscenza dei meccanismi che determinano la differenza
tra un organismo allenato e un organismo sedentario. In precedenza abbiamo
riportato che la citochina CLCF1 (cardiotrophin-like
cytokine factor 1), che viene rilasciata dal muscolo durante l’esercizio fisico, promuove
la differenziazione degli osteoblasti e inibisce la genesi di osteoclasti (Note
e Notizie 20-09-25 Notule). Oggi riportiamo gli interessanti esiti di uno
studio condotto da Baile Wang e colleghi.
L’esercizio motorio e
l’attività fisica in generale generano sollecitazioni meccaniche rilevate dalle
cellule meccanosensitive. Le cellule staminali
mesenchimali del midollo osseo (BMMSC) possono differenziarsi sia in cellule
adipose sia in osteoblasti e sono meccanosensitive.
Il carico meccanico è implicato nella regolazione in vivo dell’adipogenesi del midollo osseo, ma il meccanismo mediante il
quale l’esercizio motorio induce la differenziazione delle cellule BMMSC in
osteoblasti invece che in adipociti finora non era stato stabilito. Wang e
colleghi hanno identificato nella proteina meccanosensitiva
Piezo1 la chiave di questa regolazione.
Piezo1 è un canale cationico meccanosensitivo che, nelle BMMSC si è rivelato in grado di
sopprimere l’adipogenesi del midollo osseo,
prevenendo l’infiammazione locale e favorendo la differenziazione in
osteoblasti e la formazione di osso.
Invalidando Piezo1 nelle
BMMSC, si aveva un aumento dell’attivazione di CCR2 da parte di Ccl2, che
induceva la produzione di Lcn2 (lipocalina-2) mediante l’attivazione di NF-KB, in tal modo promuovendo la differenziazione degli adipociti.
I risultati dello studio
dimostrano che Piezo1 sopprime l’adipogenesi e
rinforza l’osso prevenendo l’attivazione del loop autocrino
infiammatorio, così rivelando un nesso tra meccanotrasduzione, infiammazione e
destino differenziativo di cellule mesenchimali indifferenziate. (Cfr.
Signal Transduction and Targeted
Therapy – AOP doi: 10.1038/41392-025-02455-w, 2025).
Scoperto come l’olfatto influenza
l’appetito agendo su neuroni del nucleo arcuato ipotalamico. Sappiamo
che il senso dell’olfatto influenza notevolmente l’appetito alimentare: quanti
profumi di prelibatezze gastronomiche o semplicemente dei cibi preferiti sono
in grado di suscitare intenso desiderio? Al contrario accade, anche se più
raramente, che stimoli olfattivi sgradevoli tolgano l’appetito. Conosciamo bene
due popolazioni del nucleo arcuato dell’ipotalamo che regolano l’appetito, i
neuroni AgRP (agouti-related
peptide) che lo stimolano e i neuroni POMC (pro-oppiomelanocortina) che lo
inibiscono, ma finora non è stato individuato il modo in cui l’olfatto ne
influenza l’attività. Linda B. Buck, insignita con Richard Axel del Premio
Nobel per le scoperte sui recettori dell’olfatto, ha coordinato uno studio che
ha individuato varie vie che collegano la corteccia olfattiva ai neuroni AgRP e POMC. In particolare, questi neuroni ricevono impulsi
indiretti derivati da diverse combinazioni di aree olfattive corticali, che
elaborano in modo diverso i segnali prodotti dall’interazione delle molecole
odorose con i recettori dell’olfatto.
I ricercatori hanno poi identificato
anche dei neuroni complementari posti più direttamente a monte delle cellule AgRP e POMC, che possono trasmettere a questi neuroni
regolatori dell’appetito segnali olfattivi provenienti dalla corteccia. [Cfr.
PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2524926123, January 13, 2026].
Come avviene la riparazione della
mielina: è un processo reattivo in risposta al danno? I
precursori degli oligodendrociti (OPC) sono cellule progenitrici gliali che si
differenziano in oligodendrociti produttori di nuova mielina durante
l’apprendimento e rigenerano la mielina perduta a causa di danno o malattia.
Mironova e colleghi hanno studiato le dinamiche di differenziazione degli OPC
nei topi, durante lo sviluppo, l’invecchiamento e dopo perdita di mielina per
demielinizzazione o infiammazione. Lo studio ha dimostrato che i tentativi di
differenziazione degli OPC avvengono continuamente a una frequenza costante,
indipendentemente dalla richiesta di nuova mielina. Inoltre, la
demielinizzazione non altera la frequenza di differenziazione degli OPC,
indicando che questo processo è autonomo dalla cellula. [Cfr. Science – AOP doi: 10.1126/science.adu2896,
2026].
La perdita di sonno causa disfunzioni
mieliniche responsabili di disturbi cognitivi e comportamentali. Le
conseguenze fisiologiche e comportamentali della perdita di sonno sono ben
note, ma si sa ancora poco delle loro basi neurobiologiche molecolari. Reyila Simayi e colleghi coordinati da Michele Bellesi
hanno identificato gli oligodendrociti quali mediatori chiave tra
deprivazione di sonno e perdita di integrità della mielina, con rallentamento
della conduzione nervosa e deficit comportamentali. Uno squilibrio del
colesterolo negli oligodendrociti emerge come nuovo meccanismo e via attraverso
cui la perdita di sonno invalida la funzione mielinica e genera i sintomi. [Cfr.
PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2523438123, 2026].
Che cosa non va nel sistema LNM (lesion network mapping)? E perché è
inaffidabile? LNM (lesion
network mapping) è insieme un sistema e un metodo basato su neuroimmagine,
che usa i dati normativi della connettività funzionale (FC) per trovare
un collegamento tra alterazioni patologiche o funzionali e reti cerebrali
implicate in patologie neurologiche e psichiatriche. Il sospetto
sull’inefficacia del sistema LNM è venuto dal rilievo che spesso le reti
identificate risultano quasi identiche in disturbi quali epilessia, dipendenza
da sostanze psicotrope, psicosi e stati depressivi. Martijn P. van den Heuvel e colleghi coordinati da Luca Cocchi hanno
scoperto la ragione: LNM compie un campionamento ripetitivo della stessa
matrice FC, mappando set di cambiamenti locali (indipendentemente dal fatto che
siano generati da lesioni del paziente, da alterazioni derivate da MRI, da
sintesi o siano casuali) sulle stesse proprietà non specifiche dei dati FC normativi,
producendo risultati simili a sé stessi, che riflettono solo la differenza con
gli FC normativi in tutti i casi. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-025-02196-7, 2026].
L’intelligenza artificiale ha esteso
l’impatto dei ricercatori ma ha ridotto la scienza.
L’analisi di 41 milioni di studi ha rilevato che l’intelligenza artificiale
(AI) ha favorito e accresciuto l’impatto individuale, ma ha notevolmente
ridotto l’esplorazione scientifica collettiva. Lo studio, pubblicato su Nature,
è la più grande analisi dell’impatto della AI sulla scienza mai effettuata fino
ad oggi. I 41.000.000 di lavori scientifici esaminati sono stati pubblicati dal
1980 al 2025 e appartengono prevalentemente ai seguenti campi: medicina,
biologia, chimica, fisica, geologia e scienze dei materiali.
Da quando uno strumento popolare di AI
come ChatGPT ha acquistato credito nelle università e nelle grandi imprese, si
sente ripetere questo ritornello: “L’intelligenza artificiale non ti
sostituirà, ma qualcuno che usa l’intelligenza artificiale potrebbe”.
Lisa Messeri, antropologa culturale
della Yale University ha così commentato: “Questi risultati suonano un
campanello di allarme… la scienza non è altro che un’impresa collettiva”. [Fonte:
Celina Zhao, Science – January 14, 2026].
Veronica, la mucca-prodigio che fa cambiare
una nozione classica di cognizione animale. Veronika, una
mucca svizzera dalle tenui tinte grigio-beige, sfata la comune assunzione che i
bovini non sono in grado di adoperare strumenti e risolvere problemi: reggendo
tra i denti uno spazzolone quale “strumento multi-uso” del tipo di quelli impiegati
per la pulizia delle barche, ossia con un manico lungo come quelli delle scope,
si esibisce in un video allegato da Antonio J. Osuna-Mascarò
e Alice M. I. Auersperg al loro studio pubblicato su Current
Biology. I due autori hanno registrato 76 diverse
azioni auto-dirette in cui Veronika si spazzola il dorso, si gratta, si sfrega
e stimola varie parti del corpo, sempre con cura e impegno. Si tratta della
prima documentazione dell’uso di uno strumento da parte di un bovino. [Cfr.
Current Biology 36 (2): PR44-R45, 2026].
Il Tirannosauro re (Tyrannosaurus
rex) rimaneva in età dello sviluppo fino a 40 anni. Questo
monarca del Cretaceo, iconico rappresentante dei dinosauri che da precedenti
studi sulla stratificazione ossea si credeva giungesse alla taglia adulta
intorno ai 25 anni, aveva invece un rallentamento dell’evoluzione nei
successivi 15 anni e giungeva a 40 anni alle gigantesche dimensioni definitive,
con un peso di circa 8 tonnellate, che ne faceva il più grande predatore
terrestre mai apparso sul nostro pianeta. Una nuova analisi delle ossa degli
arti inferiori, con nuovi metodi, nuovi criteri e uno straordinario
campionamento di resti fossili di 17 Tirannosauri di tutte le età cominciato
nel 2014, ha consentito di scoprire questa particolarità di un’infanzia e un’adolescenza
lunghissime. Le dimensioni non definitive consentivano per tanti anni ai
giovani di competere per il cibo con predatori di proporzioni minori e di gran
lunga meno pericolosi. [Fonte: Jake Buehler, Science – January 14, 2026].
Avanzata negli USA una proposta di legge
per sostituire gli animali nella ricerca scientifica. Si
discute di una speciale legislazione in difesa degli animali presentata qualche
settimana fa dai rappresentanti Jared Moskowitz, Jan Schakowsky e Shri Thanedar
col titolo di Replace Animal Test Act (Replace Act, H. R. 6660) che, oltre a
proporre una nuova regolazione restrittiva della sperimentazione animale,
elenca metodi e tecniche che consentono di sostituire gli animali nei test di
laboratorio, indicando anche soluzioni già in uso da molti anni anche in
Italia. Come indica il titolo stesso del provvedimento, si tratta di sostituire,
non più semplicemente di non far soffrire, gli animali usati ancora nella
ricerca farmacologica per determinare tossicità, efficacia e range di
dosaggio (DL50, DE50, ecc.). Se il testo sarà approvato
negli USA avrà sicuramente influenza su tutta la comunità scientifica
internazionale. La maggior parte della ricerca neurobiologica è condotta su
molecole o su cellule in coltura e la massima parte dei neuroscienziati è
sensibile al tema della completa eliminazione dello studio su animali vivi, che
non si limiti all’osservazione comportamentale. [Fonte: Rise for Animals,
January 9, 2026].
Abbiamo ricevuto questa richiesta da un
visitatore del nostro sito web: “Mi stavo occupando dei
rapporti tra ideazione simbolica e scrittura nelle civiltà precolombiane,
quando trovai un vostro interessante articolo sull’argomento. Allora non l’ho
salvato e ora, pur tentando con varie chiavi di ricerca, non riesco a trovarlo;
vi chiedo, cortesemente, di darmi indicazioni o, se possibile, ripubblicarlo”.
Risposta: “Ci
siamo occupati varie volte di questo argomento, ma con ogni probabilità lei fa
riferimento a una “Notula” del primo di ottobre 2022. Sperando che si tratti
del testo da lei cercato, lo ripubblichiamo volentieri qui di seguito”.
Le
civiltà precolombiane dell’America latina avevano sistemi di scrittura? Numerosi studi hanno dimostrato che la precoce
acquisizione dell’abilità di leggere e scrivere la lingua madre migliora
l’efficienza di vari processi cognitivi, oltre a conferire una migliore strutturazione
del pensiero, un arricchimento dei suoi contenuti e una maggiore capacità di
comunicare intenzioni, ragionamenti, dettagli descrittivi, fino all’esercizio
dell’arte retorica di persuasione degli interlocutori. L’apprendimento e l’uso
della scrittura determinano un’espansione letteralmente esplosiva del lessico
individuale, e lo studio di testi scritti consente di apprendere interi
procedimenti logici da impiegare come paradigmi o come strumentalità
operazionali in circostanze e contesti diversi. Per tale ragione, quando si
cerchi di studiare le caratteristiche mentali dei popoli nel corso della storia,
è molto importante sapere se ci si trova di fronte a un popolo in possesso di
una scrittura. Tuttavia, anche in assenza di una scrittura alfabetica, popoli
come quelli dell’America Meridionale precolombiana e post-colombiana hanno
esercitato in modo straordinario le abilità di simbolizzazione.
In un incontro
della nostra società scientifica si è affrontato il problema della scrittura
dei nativi del continente americano, con particolare riferimento alle civiltà
precolombiane dell’America Meridionale e Centrale.
Garcilaso de
la Vega non ha dubbi: “No alcanzaron a conocer las letras”[1] (non
giunsero a conoscere le lettere) e dello stesso parere è Waman Puma: “sin letras ningunas”[2], ma
gli Spagnoli e gli Indi di cultura ispanica intendevano per lettere le
forme di esperienza culturale nate dalla scrittura alfabetica delle lingue del
Vecchio Continente. In realtà, gli indi avevano dei sistemi per rappresentare
simbolicamente dei concetti a scopo mnemotecnico o comunicativo. Tra le
mnemotecniche più note vi è il quipu, un sistema costituito da una serie
di cordicelle annodate e riunite in un ordine definito, usato dagli Inka e dai
popoli da loro assoggettati o influenzati, per tenere la contabilità[3], fare
da calendario, raccogliere informazioni di interesse sociale o politico; il
sistema adoperato per la comunicazione a distanza era una “scrittura per
oggetti”, i cosiddetti chuj, costituiti
prevalentemente da pietruzze, semi di vegetali distinti per colore e denti di
animali.
Un esempio
particolare di scrittura per oggetti è stato tramandato dai Guaranì, che ne
hanno custodito il codice e l’impiego tradizionale fino a tempi relativamente
recenti. I Guaranì di lingua tupì vivevano nel Brasile dell’Est, ossia sulla
costa dove poi sorse Rio de Janeiro, e nel Brasile Meridionale, dove ancora
esiste una numerosa rappresentanza di questa etnia[4], ma
erano e sono presenti anche in aree di Paraguay, Argentina, Uruguay e Bolivia.
Ancora oggi, i loro miti e i loro riti pubblici attraggono l’interesse degli
studiosi e la curiosità dei turisti. La loro scrittura parejhara
consisteva nell’uso di un repertorio di significati convenzionalmente associati
a oggetti, pietruzze, semi, denti animali e altro, in grado di trasmettere
valori semantici di sostantivi e verbi. La realizzazione di un messaggio
richiedeva la soluzione di problemi di ambiguità, sempre incombenti in assenza
di una grammatica, e la diligente composizione degli oggetti da collocare in
una particolare borsa di pelle, che veniva affidata ad un messaggero esperto.
Il destinatario apriva la borsa e, seguendo un criterio generale, disponeva in
terra il suo contenuto; solo quando aveva ricomposto lo schema simbolico
seguito dal mittente, aveva inizio quel lavoro di interpretazione, non sempre
semplice, che equivaleva alla lettura del messaggio.
Una suggestiva
testimonianza seicentesca del padre José de Acosta ci fa comprendere come in
Perù utilizzassero l’associazione di frasi udite a pedrezuelas,
cioè pietruzzelle o pietruzze, come mnemotecnica per
imparare le preghiere: “Ed è cosa da vedere come vecchi cadenti imparino il
padrenostro con una ruota fatta di pietruzze e con un’altra ruota l’avemaria, e
con un’altra ancora il credo, e come sappiano quale pietruzza sia ‘che fu
concepito per opera della Spirito Santo’ e quale ‘patì sotto Ponzio Pilato’, e
come si correggano se sbagliano, semplicemente guardando le loro pietruzze”[5].
José de
Torquemada, narrando come gli Indi imparavano la Dottrina cristiana, riporta
che contavano le parole delle preghiere da imparare, e poi, a ciascuna
parola, facevano corrispondere un grano di mais o una pietruzza[6]. Per
avere uno strumento permanente, equivalente a un nostro testo, fissavano i
piccoli elementi simbolici su dischi di argilla, chiamati dagli Spagnoli ruedas, ruote, ognuna delle quali conteneva una
preghiera.
Ma i reperti
che più impressionano nel vederli dal vero sono stati trovati soprattutto in
Bolivia, nel Dipartimento di Chuquisaca, a San Lucas:
figurine modellate in argilla di pochi centimetri di altezza fissate su dischi
con un andamento a spirale dall’esterno verso il centro, come quello del
microsolco dei vecchi dischi musicali di vinile. Di cosa si tratta? Le
popolazioni di area quechua e i Guaranì nella lingua tupì avevano elaborato una
scrittura pittografica dell’idioma parlato, costituito da figure umane e
oggetti con significato prevalentemente analogico; tale scrittura pittografica
era rappresentata in tre dimensioni sui dischi di argilla trovati in Bolivia[7].
Molto
interessante lo studio della matrice bidimensionale per comprendere i criteri
di simbolizzazione di queste piccole opere di artigianato. In generale, si
tratta della resa pittografica del quechua o del tupì-guaranì ma, i contatti
con la cultura europea dei conquistatori, portarono a delle integrazioni con
segni che esprimono soluzioni innovative. Ad esempio, la figurina femminile
costituisce una resa analogica del termine quechua huarmi,
che vuol dire appunto donna; la schematizzazione dell’albero rappresenta
invece, in senso figurato, l’eternità, il crescere e il moltiplicarsi.
Le nuove parole spagnole, riferite ad astrazioni non presenti nella realtà
india, non potevano rimandare a concetti già conosciuti e il loro
riconoscimento doveva includere qualche elemento della fonetica spagnola, così
i nativi addetti alla scrittura escogitarono nuovi modi per nuovi simboli. Ecco
un esempio: il suono quechua della parola ichu,
che vuol dire ciuffo d’erba, assomigliava al suono principale della
pronuncia spagnola del nome Jesus, così la rappresentazione pittografica
del ciuffo d’erba entra come hichu in quella
di Gesù. Con un riferimento fonologico si spiega anche perché nella resa
tridimensionale della frase finale del Padre Nostro “liberaci dal male”
si trova, in corrispondenza del “liberaci”, un pezzetto di vetro infisso: un
cognome quechua ancora molto diffuso in Perù è Quispe, e vuol dire
“libero”, quispi, quasi omofono, significa
“vetro”.
Colpisce
particolarmente un aspetto dell’influenza della cultura europea su questi
popoli: prima della colonizzazione gli Indi usavano le mnemotecniche e gli
altri antecedenti della scrittura per vari usi strumentali a supporto del
ricordo, quali quelli già menzionati, ma non adoperavano questi sistemi per
prendere nota delle azioni morali e dei fatti dello spirito riguardanti la vita
di un singolo. Con l’evangelizzazione, si diffonde in modo straordinario
l’abitudine ad annotare pittograficamente l’elenco dei peccati da confessare; e
si sono trovate innumerevoli testimonianze di questo uso. Tradizionalmente gli
storici hanno ricondotto questa pratica alla raccomandazione di Sant’Ignazio di
Loyola, fondatore dei Gesuiti che avevano evangelizzato l’America latina. Ma è
interessante notare l’aspetto di crescita della consapevolezza morale
attraverso la notazione permanente dei peccati commessi: la consuetudine, oltre
a scongiurare il rischio di dimenticanza, accresceva la coscienza morale di sé
stessi.
In
conclusione, sebbene quei popoli antichi mancassero di una scrittura alfabetica
e del supporto allo sviluppo e all’esercizio cognitivo che questa rappresenta,
erano sicuramente sollecitati a compiere esercizi di inferenza, associazione e
deduzione nell’interpretazione dei loro messaggi sui generis, senza
contare l’impegno creativo di tutti coloro che contribuivano alla realizzazione
di nuovi simboli e alla scelta di criteri per superare le inevitabili
ambiguità, dovute alla multi-significatività degli oggetti e dei prototipi di
riferimento. [BM&L-Italia, gennaio 2026 (prima
pubblicazione: ottobre 2022)].
Il metodo di Wittgenstein applicato alla
psichiatria: perché l’esperimento non ha avuto successo. Dopo
aver presentato la sua idea a una lezione di clinica psichiatrica, ottenendo un
riscontro lusinghiero, uno psichiatra ha deciso di tenere una conferenza aperta
al pubblico su questo tema: le tesi del Tractatus
logico-philosophicus applicate al linguaggio
della prassi psichiatrica.
In particolare, l’argomentazione
prendeva le mosse da alcune tesi esposte dallo stesso Ludwig Wittgenstein nella
prefazione del suo trattato: “…la formulazione di questi problemi si fonda sul
fraintendimento della logica del nostro linguaggio […] Tutto ciò che può essere
detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare si deve
tacere”[8].
Wittgenstein parlava della formulazione
dei problemi filosofici, che lo psichiatra ha equiparato nella forma
linguistica alla formulazione dei problemi psicopatologici, particolarmente
nell’applicazione delle teorie al ragionamento diagnostico. Le sintesi
semplificate dei contenuti del trattato appaiono quali efficaci e brillanti
dimostrazioni di come tanti problemi della filosofia scompaiono se si sciolgono
i nodi del fraintendimento. Su questa base lo psichiatra intendeva dimostrare
che una resa logico-linguistica corretta dei problemi psicopatologici e
diagnostici ne avrebbe migliorato notevolmente la comprensione. Ma alla
conferenza non è andato nessuno.
La spiegazione fornita da un allievo
dello psichiatra è stata questa: “Oggi, grazie alle neuroscienze, sappiamo che
i nuclei problematici in molti casi sono in alterazioni di processi cerebrali
e, dunque, le descrizioni e le interpretazioni dei contenuti psichici coscienti
e non coscienti, per quanto approssimative o imperfette, non costituiscono un
vero problema, in quanto sappiamo che non sono quei contenuti l’oggetto della
diagnosi. La forma del disturbo indica un particolare tipo di funzionamento
neuropsichico, che viene rapportato agli elementi eziopatogenetici noti”.
In altri termini: la psichiatria è
andata molto oltre quell’epoca in cui i quadri diagnostici erano delineati secondo
teorie psicologiche, sviluppate sulla base di costrutti soggetti a
fraintendimenti simili a quelli della filosofia al tempo di Wittgenstein. [BM&L-Italia,
gennaio 2026].
Notule
BM&L-31 gennaio 2026
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La Società
Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia, affiliata alla International Society
of Neuroscience, è registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Firenze,
Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice fiscale 94098840484, come
organizzazione scientifica e culturale non-profit.
[1] Cfr. Garcilaso de la Vega, Commentarios reales,
Madrid 1723.
[2] Giorgio R. Cardona, Storia Universale
della Scrittura, p. 249, CDE su licenza Mondadori, Milano 1986.
[3] L’uso del quipu per le
registrazioni contabili era prevalente, al punto che il suo nome era tradotto “cuenta” o “manera de cuenta”
dagli storici spagnoli del tempo (Lope de Atienza, 1570). Nel 1614 il
depositario del sapere necessario all’uso del quipu è chiamato da Waman
Puma “contador”.
[4] I Guaranì o Tupì-Guaranì,
secondo stime federali e di ONG, nel solo Brasile sono circa 55.000. Discendono
da antiche popolazioni del XII secolo a.C., anche se ritrovamenti archeologici
brasiliani di chiara cultura Guaranì risalgono solo al 400 d.C.. Sono distinti
in 3 sottogruppi: Guaranì-Kaiowa, Guaranì-Mbya, Guaranì-Nandeva.
[5] Giorgio R. Cardona, op. cit., p.
249.
[6] José de Torquemada lo attribuisce a nativi messicani e non peruviani, ma
nessuna altra fonte conferma che in Messico si impiegasse questo sistema tipico
del Perù.
[7] Le prime interpretazioni di
pittografie come quelle di San Lucas sono riportate già nel 1956: per dire
“uomo forte” si dipinge una bottiglia di alcool e una figura maschile; donne e
uomini sono rappresentati da sagome nude, mentre la Vergine Maria è resa con
una forma triangolare che rende una veste che scende sotto il ginocchio e, al
posto della testa, ha una croce (D. Ibarra Grasso, La escritura
indigena andina, Annali Lateranensi 12, 113, 1956).
[8]
Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus,
p. 23, Einaudi, Torino 1998.